Sabato, 18 Agosto 2018
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Orlandino Greco (Idm): partire dai Comuni per risollevare il Paese

Dal 5 agosto 2011, data in cui la BCE inviò il famoso diktat al governo Berlusconi, iniziò nell’opinione pubblica e di riflesso nelle politiche nazionali una vera e propria caccia alle streghe per individuare un capro espiatorio da sacrificare per dare soddisfazione ad un’onda populista e demagogica che ancora oggi sortisce effetti devastanti. Prima il governo Monti con il “Salva Italia” poi i governi Letta-Renzi con lo “Svuota Poteri” tentarono in tutti i modi di far passare la cancellazione delle province come una grande opportunità per risanare l’economia del Paese e riorganizzare l’assetto statuale. In mezzo un tentativo di modifica costituzionale che prevedeva semplicemente la cancellazione della parola “Province” dalla Costituzione, quasi come fosse un refuso, naufragato con il “No” al Referendum del novembre 2016.

Sta di fatto che, proprio per gli effetti dello “Svuota Poteri” a firma del Ministro Delrio, le Province sono oggi degli enti di secondo livello svuotate di molte funzioni e soprattutto private di molte risorse. La verità è che le Province hanno ancora in capo la gestione di oltre 100.000 km di strade e 5 mila edifici scolastici. Scuole e strade che richiedono interventi di ammodernamento, messa in sicurezza e manutenzione che le Province non sono più in grado di garantire. Perché la verità è che la fantomatica spending review che ha ispirato tutti i governi a partire da quello “Monti” ha colpito un ente che valeva l’1,27% della spesa pubblica del Paese e che, a distanza di 5 anni, vale ancora l’1% per un risparmio reale quantificabile in 340 milioni di euro, lo 0,04% della spesa pubblica del Paese.

Praticamente nulla! Per fare un termine di paragone i comuni valgono l’8% della spesa pubblica, le Regioni il 20% e lo Stato oltre il 70%. Se si pensa poi che le due Camere del Parlamento costano insieme un miliardo e mezzo di euro all’anno e che la spesa pubblica complessiva è aumentata di diversi miliardi nonostante lo “svuotamento” delle Province si capisce come lo Stato si sia comportato da Robin Hood al contrario, togliendo ai poveri (Province e Comuni) per dare ai ricchi (Regioni e Stato). E cosa è rimasto nella foresta di Sherwood? Dovevano essere cancellate le “poltrone” ma ci sono ancora e vengono assegnate, in barba alla democrazia e alla rappresentanza popolare, senza elezioni a suffragio universale.

Dovevano ridursi i dipendenti, ma sono stati assorbiti, con un inevitabile aumento dei costi, in larga parte dalle Regioni. Dovevano ridursi a novanta gli organismi intermedi (consorzi di bonifica, ato, autorità di bacino) mentre sono aumentati addirittura a quota 496. Sono aumentati anche i problemi: quelli relativi ad una parte del personale che è rimasto sospeso tra province e regioni; quello dei territori e dei sindaci che contavano sul supporto delle province soprattutto in materia di manutenzione stradale ed edilizia scolastica. Quel che resta è un vero e proprio caos istituzionale che nessun effetto ha sortito né in termini di miglioramento dei servizi né in termini di risparmio di spesa.

I comuni sono stati messi in ginocchio attraverso provvedimenti che hanno ingessato i bilanci e che hanno impedito ogni possibilità di interventi in grado di migliorare i contesti urbani e sociali delle città. In un momento storico in cui sono forti le divergenze sociali, i governi centrali hanno preferito colpire proprio le istituzioni più vicine ai cittadini, alimentando la crisi sociale in atto e facilitando la diffusione di demagogia e populismo. L’Italia del Meridione da sempre, nelle sue battaglie, sostiene l’importanza dei comuni quali enti in grado di esprimere attraverso la rappresentanza democratica i reali bisogni e i desideri dei cittadini.

I sindaci possono e devono essere i veri protagonisti del cambiamento di un Paese che non può più inseguire logiche di austerity finalizzate a garantire la sopravvivenza di processi finanziari distanti dalla realtà. E’ il tempo di tornare ai territori, con convinzione, investendo risorse e programmando azioni concrete in grado di garantire una crescita economica che rispetti e migliori il contesto sociale. Siamo convinti della necessità di invertire i processi decisionali del governo centrale attraverso un percorso inverso rispetto a quello attuale, che veda finalmente i territori a indicare le scelte da intraprendere senza, come oggi accade, subirne gli effetti. I livelli del debito pubblico impongono necessariamente una riforma costituzionale che coinvolga l’intera struttura istituzionale del paese.

Per tutte queste ragioni L’Italia del Meridione, che da sempre sostiene l’importanza delle Province nell’assetto istituzionale del Paese, ha proposto una petizione popolare per una riforma dell’assetto statuale che, senza inseguire falsi miti o demagoghi di turno, miri alla riduzione reale della spesa pubblica e allo snellimento delle procedure burocratiche amministrative.

È importante se non fondamentale lavorare su temi quali:

* Il dimezzamento dei parlamentari: favorendo una riduzione delle risorse impiegate dallo Stato per mantenere la classe politica ed evitare, quindi, di avere un numero così alto di parlamentari - in Italia sono 945, più i senatori a vita - a fronte della mancata correlazione tra i parlamentari e un determinato e circoscritto collegio elettorale.

* La reintroduzione delle Province quali enti intermedi di primo livello con funzioni antecedenti la riforma “Svuota Poteri”, i cui organi di rappresentanza vengono eletti a suffragio universale, riassegnando tutte le funzioni precedenti alla legge Delrio. Le Province non possono più essere mortificate nella gestione delle funzioni fondamentali senza risorse e da meccanismi elettivi che in nessun modo rappresentano i valori di democraticità e rappresentanza territoriale.

* L’abolizione delle Regioni con la conseguente istituzione di cinque Macroregioni con soli compiti di programmazione e coordinamento. Attraverso questa riforma, l’Italia si adeguerebbe anche al contesto europeo, paesi come la Francia, Germania e Spagna, infatti, hanno tutte un’istituzione intermedia tra Comuni e Regione cui spettano funzioni in ambiti territoriali sovracomunali.

 

 

 

 

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