Mercoledì, 23 Gennaio 2019
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Paolo Borsellino e la strage di via D'Amelio: il ricordo

Posted On Giovedì, 19 Luglio 2018 12:37
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"Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri."


Sono passati ventisei anni. Paolo Borsellino, magistrato palermitano, morì all'età di 52 anni e a distanza di cinquantasette giorni dall’omicidio di Giovanni Falcone, amico e magistrato.

Il giudice, componente del pool antimafia, venne assassinato in via D’Amelio -Palermo- il 19 luglio 1992, insieme a cinque agenti della scorta. A distanza di anni, la sua morte è ancora avvolta da misteri, come quello dell’agenda rossa e dai tanti depistaggi. Dal luglio 1992 a oggi si sono pentiti decine di mafiosi che, in un modo o nell’altro, ebbero un ruolo nella deliberazione e nella pianificazione della strage di via D’Amelio, eppure, ancora non si è riusciti a individuare con certezza chi azionò l’ordigno.

Dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino aveva capito e aveva saputo che a Palermo era arrivato il tritolo che lo avrebbe annientato. "Ora tocca a me" diceva. E aveva iniziato una corsa contro il tempo per scoprire chi aveva ucciso l'amico e collega. Voleva arrivare a qualche risultato prima che gli assassini arrivassero a lui


Un giorno di luglio che ricordano tutti. Come successe il 23 maggio con l’omicidio di Giovanni Falcone. Dopo nemmeno due mesi tutti davanti la televisione per vedere di nuovo quelle immagini: auto in brandelli, fumo e morte.  Un’Italia che rimase sgomenta, attonita e che oggi, dopo tanti anni, forse è riuscita a comprendere la lezione dei due giudici. Un’Italia con dei ragazzi che oggi gridano che "la mafia è una montagna di merda" e che combattono per affrontare i poteri forti.  Un’Italia che nonostante tutto cerca di combattere questi poteri e che se a volte sembra subirne, alla fine è sempre pronta a rialzarsi. Un Sud e una voglia di riscatto che forse è una delle cose più importanti trasmesse a noi dai due giudici. Una generazione di ragazzi e ragazze coscienti che esiste un male nella società e che gli stessi, possono affrontare non subendo ma agendo e soprattutto studiando.


"La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".

 

Allora ricordiamo, ricordiamo sempre e non dimentichiamo. Perché la loro morte e quella di coloro che hanno combattuto e che combattono ancora oggi i poteri forti, sia servita a qualcosa. 

 

Diletta Aurora Della Rocca
Direttrice responsabile IdmMagazine

 

 

 

 

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