Domenica, 27 Maggio 2018
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55 giorni e 100 passi. Il ricordo di Peppino impastato

Posted On Martedì, 08 Maggio 2018 18:04
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"In questi mesi, chi ci ascolta si sarà accorto di molti cambiamenti… …ma qui non siamo a Parigi, non siamo a Berkeley, non siamo a Woodstock e nemmeno all’isola di Wight. Qui siamo a Cinisi, in Sicilia, dove non aspettano altro che il nostro disimpegno, il rientro nelle nostra vita privata. Per questo ho voluto simbolicamente occupare la radio. Per richiamare la vostra attenzione. Ma non voglio fare tutto da solo, c’è bisogno che ognuno di voi ritorni al lavoro che ha sempre fatto; cioè informare, dire la verità. E la verità bisogna dirla anche sulle proprie insufficienze, sui propri limiti."  Da I cento passi, di Marco Tullio Giordano

 

Ci sono dei fatti di cronaca e, come in questo caso, della storia del nostro Paese, che vengono offuscati da notizie più gravi che meritano l’apertura dei tiggì e la prima pagina sui quotidiani. Il 9 maggio del 1978, poche ore prima che venisse rinvenuto a Roma, in via Caetani, il cadavere di Aldo Moro riverso nel baule di una Renault 4 rossa, la mafia siciliana dava luogo all’esecuzione di Peppino Impastato, il cui corpo venne dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della ferrovia Palermo-Trapani nei pressi di Capaci.

Il 9 maggio del 1978  Peppino aveva così “smesso di cantare”, di denunciare attraverso volantini e il foglio “L’idea socialista”, ma soprattutto per mezzo della radio libera da lui fondata, “Radio Aut”, la devastazione del territorio operata dagli speculatori e dai mafiosi, gli affari sporchi e i delitti degli uomini d’onore di Cinisi, il paese in cui era nato e viveva, e soprattutto del capomafia Tano Badalamenti, appartenenti tutti al gotha del traffico internazionale di droga, possibile grazie al controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. In particolare, Peppino aveva smesso di “cantare” dalla sua radio nel corso di un programma che in molti ascoltavano, per paura, come nel periodo bellico si ascoltava Radio Londra. Il titolo di questo programma era “Onda pazza” un pericoloso “bagaglino” in terra di Sicilia negli anni di mafia e di piombo, satira non gradita dagli esponenti della mafia e dai politici, che venivano sbeffeggiati e messi alla berlina.

Evidentemente, il concetto di “radio libera”, l’evoluzione dell’informazione attraverso l’etere, che già faticosamente si faceva strada in quegli anni in tutta Italia, e quella radio in particolare, che pure diffondeva musica, stabiliva un contatto diretto con la gente, si occupava di cinema, di teatro, di cultura in genere, dava fastidio. Peppino e i suoi compagni erano riusciti a dare fastidio, a scoprire gli altarini e a dare corpo al malaffare: la radio, poi, era un mezzo che, sia pur “clandestinamente” in una realtà omertosa e “obbediente”, entrava nelle case e, a volte, nelle coscienze.

Il cognome era “ingombrante” perché Peppino era nato in una famiglia mafiosa e il padre, lo zio e molti altri parenti erano persone di rispetto a Cinisi, Terrasini e dintorni. Il cognato del padre, poi, era il capomafia Cesare Manzella, che nel ’63 venne ucciso in un agguato all’interno della sua Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo. Il padre di Peppino, che era stato inviato al confino durante il periodo fascista, non aveva gradito la ribellione del figlio alle “tradizioni di famiglia” e lo aveva cacciato di casa. In una breve nota autobiografica Peppino fa il ritratto di sé stesso e delle sue esperienze: “Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al Psiup con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione”.

Ribellione, quindi, non solo alla mafia in sé stessa, ma alla “cultura della mafia”. Ecco perché il nome di Peppino Impastato, un giovane di trenta anni ridotto al silenzio per sempre, rimane un’icona importante della lotta alla mafia e ai mafiosi, che ancora oggi “dà fastidio” con la presenza della “casa della memoria” a lui intitolata per volere di sua madre, Felicia Bartolotta, e del fratello Giovanni, oggetto di recenti atti vandalici. Peppino Impastato e la sua storia sono divenuti sinonimo di cultura della legalità, la “casa della memoria” è il reale simbolo dell’attività di un’antimafia, scomoda e concreta, che va al di là dei fatti e degli atti delle istituzioni. Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo, mandanti del suo omicidio, sono stati condannati, il primo all’ergastolo, l’altro a 30 anni di reclusione, pochi anni fa. All’indomani della morte, si volle persino far credere che Peppino si era suicidato, emulando Giangiacomo Feltrinelli! Quella radio continua a gracchiare, a essere un tarlo nel cervello, a dare fastidio come un calabrone.

Letterio Licordari (pubblicato su "Calabria Ora" 09/05/2008)

 

 

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