Sabato, 20 Aprile 2019
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Roghudi. Piccolo borgo intriso di misteri nella Calabria Grecanica

Posted On Sabato, 25 Agosto 2018 00:03
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Un borgo fantasma ubicato alle pendici meridionali dell’Aspromonte di Calabria: Roghudi.


Disabitata ormai da anni a seguito di due violente alluvioni, nel 1971 e 1973, ancora oggi è un borgo intriso di mistero e di leggende. Roghudi si trova nella parte grecanica della Calabria, il suo nome deriva infatti dal greco "Rogòdes" crepacci o "Rhekhodes" aspro.


Il borgo è diviso in due parti: Roghudi vecchia -completamente distrutta- e Roghudi nuova. Questo paese, dalle origini molto antiche, nasce su uno sperone roccioso pericolante. Ed è proprio questa la sua particolarità.


Ai piedi del borgo scorre il fiume Amendolea, che in passato ha provocato le due alluvioni che hanno distrutto il borgo. Gli abitanti di Roghudi vecchia erano per lo più pastori che parlavano la lingua greca e la fonte di sostentamento del borgo era prodotta dalla pastorizia e dall'agricoltura con una buona produzione di grano e olive. Non lontano da Roghudi Vecchio, sorge la frazione di Ghorio di Roghudi, dove risiede una comunità greca di notevole importanza, abitata da intagliatori e tessitrici di ginestra, che nei loro lavori ricreano le decorazioni ornamentali secondo la tradizione greco-latina.


Roghudi è un borgo intriso di magia e di leggende, due in particolare suscitano curiosità: la Leggenda de "la rocca tu drago" e le "caldaie del latte". La prima ricorda la testa di un drago che custodirebbe un tesoro inestimabile. Gli abitanti credevano che chi osasse avvicinarsi alla rocca, sarebbe stato travolto da una violenta folata di vento e scaraventato giù nelle acque del torrente; mentre le caldaie, dalla conformazione a forma di gobbe, rappresenterebbero le "caddhareddhi", le pentole del latte che permetterebbero al drago di nutrirsi.


Roghudi e la frazione Chorio di Roghudi, hanno dato i natali ai cosiddetti poeti operai tra cui Mastrangelo, ovvero Angelo Maesano autore dell’inno dei Greci di Calabria "Éla mu condà", Francesca Tripodi e Salvatore Siviglia.

 

Fonte foto: Calabria Greca

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